Il Paese crolla al 32esimo posto per reputazione nel periodo in cui si pianifica la ripartenza post-pandemia. Stefano Cuzzilla, guida di Federmanager spiega alla rivista di settore REPUTATION REVIEW: «Le sfide che abbiamo davanti sono complesse: la sostenibilità è una premessa imprescindibile per qualsiasi programma di azione»

«Viviamo un momento storico segnato da sfide difficili. Il mondo è scosso dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19, che mette in evidenza un’altra sfida globale: la crisi socio-ambientale. Questo ci pone, tutti, di fronte alla necessità di una scelta. La scelta fra il continuare a ignorare le sofferenze dei più poveri e a maltrattare la nostra casa comune, la Terra, o impegnarci ad ogni livello per trasformare il nostro modo di agire. La scienza ci dice che è necessario agire con urgenza se vogliamo avere una speranza di evitare cambiamenti climatici radicali e catastrofici. La coscienza ci dice che non possiamo essere indifferenti di fronte alle sofferenze dei più poveri, alle crescenti disuguaglianze economiche e alle ingiustizie sociali. E l’economia stessa non può limitarsi alla produzione e alla distribuzione. Da questa crisi nessuno di noi deve uscire uguale, e ci vorrà tempo e fatica, per uscirne. Ma l’obiettivo è chiaro: costruire un mondo dove si possa rispondere alle necessità delle generazioni presenti, includendo tutti, senza compromettere le possibilità delle generazioni future. Il concetto di “ecologia integrale” risponde al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ecologia integrale è un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative»: Papa Francesco richiama il mondo a una nuova prospettiva culturale dell’economia, dove la cura del pianeta sposa il diffuso benessere sociale. Un’obiettivo che si fa perseguibile con la creazione di nuova occupazione. È un invito alla visione integrale della vita: «A partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra». 

Nulla che si possa eccepire. Il quesito da porsi a oltre un anno dall’inizio di una tragedia sociale e sanitaria chiamata Covid, è se sediamo ancora al cospetto di un auspicio che potrà crearsi realtà. O se si sta consumando la tragedia nel dramma, trascinandoci dinanzi a un grido di disperazione lasciato colpevolmente inascoltato. La questione, come si comprende, non è di facile soluzione. La complessità mondiale racconta i passi mossi da più nazioni nella direzione di un’economia più sostenibile. Un’accelerazione che si è provato a muovere già in tempo di pandemia persistente. 

Tutto bene, dunque? Niente affatto. 

Perché nel cuore pulsante dell’Europa, che con fatica e determinazione si incammina verso la cosiddetta rivoluzione della Green economy, un Paese non riesce nell’impeto di opporre resistenza all’oppressione del passatismo. 

Rischia in tal modo di mancare il passo decisivo della ricrescita, nell’affanno di una reputazione che fatalmente decresce. Quel Paese si chiama Italia. Le nostre imprese appaiono, infatti, indecise nell’affronto al nuovo percorso politico-industriale. Il tema della sostenibilità, sul quale verterà la scommessa dell’avvenire, resta in fase di elaborazione. Quando non è pura elucubrazione. 

Da uno studio condotto sugli scenari di transizione delle imprese italiane, elaborato su un campione di imprenditori e manager, emerge che il contributo di questi ultimi nello sviluppo dei nuovi modelli di business circolari sarà fondamentale. Di più: decisivo. E porterà fuori dal guado la larga parte del Made in Italy. Che, in antitesi alla sua storia, sembra adesso annaspare, nonostante la forte componente reputazionale del presidente del Consiglio Mario Draghi. 

Non deve, di fatto, fuorviare i lettore l’immagine, già fattasi desueta, del premier salvatore della patria. La sua reputazione non basterà. I 16 punti percentuali di crescita reputazionale del Bel Paese, all’ingresso del nuovo presidente del Consiglio nelle stanze di Palazzo Chigi, hanno sicuramente portato benefici al Paese. E un dato inconfutabile. Ma sono altrimenti legati a doppio filo alle potenzialità espressamente personali del premier. E resteranno del tutto insufficienti nell’intrapresa del nuovo cammino industriale postpandemico, qualora le imprese non lavoreranno per adeguarsi ai nuovi criteri di sviluppo. Che pongono il fattore reputazionale ai vertici delle qualità necessarie ad imporsi. E reputazione, in un mondo che punta diritto alla Green economy, si conquista soltanto affidando la propria impresa ai manager della sostenibilità. 

A proposito di rivoluzione sostenibile, Stefano Cuzzilla, da 6 anni alla guida di Federmanager – associazione altamente rappresentativa nel mondo del management, ai vertici della quale è stato rieletto per il suo terzo mandato – spiega alla rivista di settore REPUTATION REVIEW: «L’impresa è al centro della trasformazione, chi occupa posizioni di governance prende decisioni dirette e perduranti che hanno conseguenze anche fuori dal singolo business. Ci sono aspetti organizzativi, logistici, normativi e finanziari che bisogna considerare. Ecco perché il manager per la sostenibilità è una figura necessaria e anche poliedrica. Le competenze richieste sono tecniche, specialistiche e trasversali. Non dovete pensare alla figura dell’ingegnere esperto dei processi di riciclo, servono abili conoscitori delle nuove tecnologie, che stanno sovvertendo i dogmi produttivi alla luce del cambiamento verde. E’ un cambiamento più generale, che deve essere promosso all’interno delle organizzazioni in tutte le aree e in tutte le funzioni. Noi abbiamo definito nel dettaglio il profilo del “manager per la sostenibilità” che certifichiamo, attraverso il programma “BeManager”, validando le competenze tecniche e trasversali. Il disciplinare che adottiamo è condiviso con Rina e ha ricevuto l’importante riconoscimento dell’ente di accreditamento Accredia. Sono già oltre cento i manager che hanno superato il percorso e nelle prossime settimane lanceremo una nuova edizione perché l’interesse è alto». 

Insiste Cuzzilla: «Le sfide che abbiamo davanti sono complesse e complessive, nel senso che riguardano tutti, in modo universale. In modo globale. Si vince solo se si capisce che le interconnessioni a cui siamo legati, non sono solo quelle che ci hanno reso fragili in un destino comune di fronte alla pandemia, ma sono soprattutto quelle che ci potranno rendere forti nei prossimi decenni. L’Europa e la sua svolta lo dimostrano. Certamente, la sostenibilità intesa nel senso più ampio del termine è una premessa imprescindibile per qualsiasi programma di azione ed è un pilastro del mio».  

Riassumendo: la sostenibilità diventa un fattore diretto della reputazione e incide sul business. Il rispetto dell’ecosistema in nome di uno sviluppo sostenibile, capace di soddisfare i bisogni contingenti – senza con questo compromettere una sola delle peculiarità delle generazioni a venire – diventa finalmente un “fondamentale” etico e il “fondamento” della Next Generation Eu, che è il più grande piano di intervento finanziario mai deciso nella storia dell’Unione Europea. 

Il punto è tutto lì. In Italia, due manager su tre non hanno tuttora adeguato le loro azioni alle esigenze della sostenibilità, con il consequenziale diminuito accesso ai finanziamenti. Occorrono un cambio di passo deciso e decisivo e una nuova consapevolezza: l’impresa sostenibile ha l’onere di valutare e di tenere pienamente da conto ogni impatto della sua attività sul mondo circostante. Il fatturato non è più il demone al quale immolare l’eventuale grigiore dei cittadini e dell’ambiente: urge una riconversione dell’industria per non continuare ad ipotecare il futuro delle nuove generazioni. 

Ancora sulle pagine di REPUTATION REVIEW, nel suo editoriale, Davide Ippolito ricorda le parole utilizzate da Larry Fink, CEO di BlackRock, società di gestione degli investimenti fra le più importanti al mondo: «Lo scopo non è solo la ricerca del profitto, bensì la forza propulsiva per ottenerlo. Utili e scopo non sono affatto in contraddizione, anzi risultano indissolubilmente legati tra loro. Gli utili sono essenziali, se una società deve servire efficacemente tutti i suoi portatori d’interesse nel tempo – non solo gli azionisti, ma anche i dipendenti, i clienti e la comunità. In definitiva, lo scopo è il motore della redditività a lungo termine». 

L’urgenza diventa: guardare oltre il profitto. Scrive Ippolito: nel 2021 clienti, dipendenti, fornitori, comunità e azionisti sono alla ricerca di organizzazioni capaci di concentrarsi sul bene che l’azienda sta facendo alla comunità più che sulla necessità di fare soldi. Una tensione che nel nostro Paese stenta a imporsi. 

D’altronde emerge con evidenza dall’indagine Reputation Rating, volta a definire la posizione reputazionale delle nostre aziende proprio nel periodo in cui si sta pianificando la ripartenza post-covid. Su 35 Paesi posti sotto osservazione l’Italia si posiziona al 32° posto, registrando performance negative nella gestione delle carriere e delle diversità. E questo sebbene resti pressoché intaccata la reputazione della “qualità del Made-in Italy”. 

Ben meglio di noi fanno Islanda, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda e Svizzera, mentre la Gran Bretagna si posiziona al 12° posto e gli Stati Uniti al 21esimo. 

Molto c’è da lavorare. Nella certezza che i manager salveranno ancora una volta il prodotto italiano, proiettandone le imprese in quella “ecologia integrale” immaginata da Papa Francesco, un “visionario” non-economista con lo sguardo rivolto al futuro.

di Massimo Maffei

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