Come si è passati da una situazione debitoria derivante da 25 anni di commissariamento a bilanci in attivo, da un territorio problematico come la “Terra dei fuochi” a un modello di sviluppo ecosostenibile per l’intero Paese, ce lo racconta Salvatore Puca, ingegnere ambientale e Direttore Generale del Consorzio ASI Napoli.

Dottor Puca lei è Direttore Generale di un consorzio che veniva da 25 anni di commissariamento. Come siete riusciti a salvare la situazione debitoria del Consorzio ASI Napoli?

Salvatore Puca

Quando abbiamo accettato questa sfida di rigenerare il consorzio ovviamente era un momento in cui tutti ci hanno presi per pazzi infatti il Consorzio versava in condizioni catastrofiche un Ente commissariato da 20 anni con un debito spaventoso. Lavoro in questo consorzio ormai da 15 anni, prima come funzionario e poi con la venuta della nuova amministrazione ho avuto l’incarico di direttore generale, analizzando tutte le tematiche, ho sempre visto che potenzialmente il consorzio Ente pubblico Economico avrebbe dovuto e potuto attivare attivita a servizio delle aziende insedite tali da rendere gli agglomerati industriali poli attrattori per investitori sia nazionali che esteri poteva fare tanto.

La mission del Consorzio ASI  è quella di espropriare aree, infrastrutturarle e renderle idonee per poter far insediare aziende, creare quindi le condizioni per lo sviluppo economico ed occupazionale. Noi avevamo diverse aree abbandonate, alcune già di proprietà del consorzio, altre ancora da espropriare, purtroppo in passato è mancato il coraggio di avviare le procedure. Il consorzio negli anni in cui venne costituito era sovvenzionato dalla Cassa del Mezzogiorno per la realizzazione di tutte le opere, mentre oggi, in un momento storico in cui i soldi pubblici non sono di facile accesso per i consorzi ASI, quindi esisteva un vero rischio di impresa perché il Consorzio ha dovuto anticipare i soldi per espropriare e infrastrutturare le aree per poi assegnarle e recuperare i soldi spesi, abbiamo avuto il coraggio di provarci.

Il primo step è stato fare una manifestazione d’interesse alla quale hanno partecipato circa 100 aziende, dopodiché siamo partiti con un vero e proprio bando al quale hanno aderito circa 80 di quelle 100 aziende. Questo è stato il volano che ci ha dato la possibilità di poter iniziare l’operazione che ha portato le aziende nell’arco degli ultimi 2/3 anni a realizzare capannoni sulle aree che attualmente sono in esercizio.

Attraverso tale operazione siamo riusciti non solo a recuperare gli investimenti iniziali, ma anche ad ammodernare le infrastrutture in modo tale da rendere sempre più appetibili i nostri agglomerati.

A quel punto abbiamo iniziato a presentare progetti, abbiamo ottenuto finanziamenti per un valore complessivo di 12 milioni di euro, uno in particolare è un mio progetto si chiama ASICURA ed è incentrato sulla sicurezza a 360 gradi, perché una volta messo l’imprenditore nelle condizioni di poter investire, il passo successivo è quello di organizzare poi la sicurezza di quell’agglomerato. Sicurezza intesa come fisica ma anche come ambientale.

Il progetto è stato poi finanziato dal PON Legalità del Ministero degli Interni diventando progetto pilota per tutto il sud. Grazie a questi finanziamenti abbiamo potuto installare dei dispositivi di monitoraggio delle matrici ambientali: sensori per l’acqua e gli scarichi fognari, rilevatori per eventuali fumi e incendi e telecamere termiche per il monitoraggio del suolo. In passato purtroppo questi agglomerati erano abbandonati a loro stessi non essendo recintati in alcun modo e trovandosi in quella che è stata tristemente definita “terra dei fuochi”, erano quindi oggetto di discariche abusive da parte della criminalità organizzata. Con il nostro sistema di chiusura immediata dell’intero perimetro e con il controllo degli accessi tramite portali e sbarre siamo a conoscenza di tutto ciò che entra e tutto ciò che esce dagli agglomerati, mi riferisco in particolare ai materiali pericolosi e ai rifiuti tramite i sensori che le dicevo prima.

Tali sistemi intelligenti per la sicurezza ambientale sono coadiuvati anche da una stazione di droni che, nel momento in cui scatta un alert fa partire immediatamente un drone per indagare su quanto accade. Questo livello di sicurezza ha reso i nostri agglomerati ancora più appetibili per le aziende.

Tutto questo ci ha consentito di assegnare sempre più suoli e di portare in attivo per il terzo anno il nostro bilancio.

Lo scopo del Consorzio è quello di creare le condizioni per lo sviluppo economico e occupazionale nell’area territoriale del napoletano, un’area da sempre vista come problematica per questioni sociali e ambientali. In che modo siete riusciti a risollevare la reputazione del territorio in cui operate al punto da invogliare grandi aziende come Amazon e Caffè Borbone ad investire lì?

Come le dicevo grazie al finanziamento del PON legalità, abbiamo attuato questo sistema di controllo del territorio sia della parte fisica che ambientale, ci ha consentito di rendere questi nostri agglomerati molto più sicuri. Gli ingressi sono controllati da un sistema collegato direttamente con la prefettura, ciò significa che se una persona non è “gradita”, la sbarra non si alza neanche.

Per questo gli imprenditori si sentono molto più sicuri a venire ad investire nel nostro territorio. Oltre alla parte di sicurezza ambientale, stiamo anche introducendo una serie di attività che consentono di abbattere notevolmente i costi per i servizi comuni. Essendo un ingegnere ambientale ho ideato diversi progetti come, ad esempio, un progetto molto ambizioso per la raccolta dei rifiuti industriali, il cui scopo è quello di trasformare gli agglomerati in aree produttive ecologicamente attrezzate, ovvero tutto ciò che viene prodotto in termini di rifiuti all’interno di un’area viene trattato all’interno della stessa per essere trasformato in energia che viene nuovamente immessa in rete all’interno dell’agglomerato stesso.

Il consorzio diventa sempre più Green, un concetto che nell’immaginario collettivo spesso va in contrasto con il termine “industria”, come avete avviato questo processo di eco-sostenibilità ambientale?

Lavorando da 15 anni in questo consorzio ed essendo innamorato della mia materia, l’ingegneria ambientale appunto, ho sempre immaginato di realizzare qualcosa all’interno degli agglomerati al servizio sia dell’ambiente che degli imprenditori.

Quando si parla di ambiente e di sostenibilità spesso ci si dimentica che questo aspetto deve incidere anche sul lato economico di chi investe e fa impresa, proprio per invogliare gli imprenditori a sensibilizzarsi su un argomento così importante.

L’idea è quindi quella di creare dei servizi a basso costo che tengano presente gli impatti ambientali. Per questo motivo, oltre al sistema di riciclo dei rifiuti, abbiamo introdotto anche un progetto sul recupero delle acque reflue, perché purtroppo ad oggi nelle aree non distribuiamo acqua industriale ma acqua potabile che è una risorsa preziosa che giustamente costa molto rispetto all’altra. Il progetto di una rete di acque industriali a basso costo e non dannose per l’ambiente proveniente dal recupero delle acque reflue consente quindi di avere un’acqua riciclata e non sottratta a quella potabile.

A suo avviso c’è la possibilità di replicare quello che ormai mi sento di definire “modello ecologico ASI Napoli” in altri territori del sud Italia, ad esempio mi viene in mente l’enorme problematica dell’ex ILVA di Taranto…

Certo, infatti insieme al presidente Giosy Romano, abbiamo istituito una confederazione di tutti i consorzi d’Italia, alla quale stanno lentamente aderendo principalmente quelli del sud, anche perché la maggior parte dei consorzi ASI sono del sud per ragioni storiche visto che nel 1968 sono nati per incrementare lo sviluppo del meridione, per questo la maggior parte di essi si trovano lì. L’idea della confederazione era proprio quella di esportare questo modello, lei lo chiama così e mi rallegra molto sentirglielo dire, anche se noi non abbiamo fatto null’altro rispetto a ciò che andava introdotto da tempo, serviva solo un po’ di coraggio, cosa che noi abbiamo avuto.

La confederazione si chiama CISE acronimo di Confederazione Italiana Sviluppo Economico, e mette insieme i consorzi proprio per replicare questo modello ed esportarlo in tutti gli altri consorzi.

Lo stesso ministero ha definito il mio progetto un progetto pilota, tanto è vero che siamo stati sia fortunati che bravi a completarlo e grazie a questo abbiamo ricevuto un ulteriore finanziamento di tre milioni di euro per recuperare anche altri agglomerati che non ricadono nella terra dei fuochi. Ci hanno chiesto appunto di importare questa modalità in tutti i consorzi d’Italia.

Tra i progetti futuri del Consorzio abbiamo sentito parlare di Smart Industry, cosa può anticiparci?

Questo è un altro progetto ambizioso che il consorzio ASI Napoli ha ideato, la smart industry noi la immaginiamo per dare servizi a basso costo a 360 gradi a tutte le aziende insediate, parlo di energia, di acque industriali e le faccio anche un altro esempio per spiegarle cosa intendiamo concretamente per servizi comuni. Prendiamo ad esempio le stampe 3D: per una sola azienda sarebbe una spesa insostenibile, parlo ovviamente delle PMI, ecco quello che ci proponiamo è di offrire dei servizi all’interno di ciascun agglomerato di cui possano usufruire tutte le aziende. Al centro di ogni agglomerato immaginiamo le aree comuni, gli uffici e le sale conferenze, le sale per stampe 3D a servizio di tutti gli imprenditori, un po’ come se l’agglomerato stesso diventasse una singola industria. Questa è ciò che immaginiamo nella nostra Smart Industry: raccolta e recupero dei rifiuti industriali, abbattimento dei costi dell’energia e la possibilità di condividere una serie di spazi e di servizi innovativi.

Ti è piaciuto questo articolo?

1 voto
Mi è piaciuto Non mi è piaciuto

Total votes: 1

Upvotes: 1

Upvotes percentage: 100.000000%

Downvotes: 0

Downvotes percentage: 0.000000%