Da bambini, con l’inizio della scuola dell’obbligo, entriamo a contatto con un mondo che ci accompagna per tutta la vita in modi differenti: “la scuola”.

Un mondo complesso dove si mescolano anime di persone totalmente diverse e dove si creano flussi e dinamiche uniche.

La scuola è uno specchio concavo della società: ci restituisce ingrandite, e qualche volta rovesciate, le sue potenzialità e virtù insieme alle inefficienze e ai vizi soprattutto in questa nostra fase di fragilità dei legami civili.

Basti pensare ai genitori ai colloqui con i docenti: domatori domati, sovrani senza scettro, capitani che hanno perso il timone, sconsolati e sconfitti ma pronti ad aggredire l’insegnante se osa utilizzare aggettivi veritieri ma critici verso il proprio operato di genitore e quindi della propria prole.

Da bambino la sola paura di poter essere mandato dal preside serviva a placare gli animi più inquieti. Docenti, dirigenti e assistenti scolastici erano un’autorità riconosciuta per dogma. Oggi non è più così. Con l’avvento di internet è stata totalmente smarrita la fiducia e il riconoscimento di autorità a gran parte delle istituzioni.

Oggi le famiglie sono troppo ansiose, vanno subito in crisi alla minima difficoltà e partono all’attacco. I docenti si sentono sotto assedio ed ogni giorno è una trincea per questo la scuola italiana è sempre più simile a un campo di battaglia.

Come si andrà delineando quindi la scuola del futuro, questa è la domanda alla quale la società civile, la società scolastica, alunni e genitori, saranno chiamati a rispondere il 13 e 14 Novembre al MAXXI in un convegno organizzato da ANP, l’associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della scuola. (maggiori info su www.anp.it/lascuoladelfuturo)

Tra i relatori sono stato invitato anche io per parlare di reputazione. E i più scettici potrebbero dire: “cosa c’entrano la reputazione e il marketing con la scuola?”

Facciamo un passo indietro.

Da un’indagine dell’Ocse di qualche anno fa, pubblicata sul sole 24 ore, emergeva già un dato chiaro. I genitori scelgono la scuola non per i risultati ma per la sua reputazione.

Probabilmente si potevano anche non scomodare a fare un’indagine ma il punto resta quello. La reputazione è legata al concetto di autorità, e il concetto di autorità non  viene più dall’alto in forza di leggi, norme e regolamenti e neanche, ahimè, dalle competenze.

Con l’arrivo di internet ci si è trovati totalmente impreparati e sono saltati tutti i sistemi. Di lì a poco la conoscenza è arrivata tutta in una scatola di circuiti stampati con uno schermo, disponibile 24 ore su 24.

E se le informazioni sono tutte li, disponibili sempre, e accessibili a tutti, non stiamo forse parlando di una nuova funzione della scuola? In questo modo la scuola diventa a tutti gli effetti un Brand, o forse lo è sempre stata. È un brand la scuola così come lo è persino il docente che insegna una materia.

Si pone insomma un discorso di identità e posizionamento, un discorso di trasparenza.

Perché scegli una scuola piuttosto che un’altra o anche un’università rispetto alle numerosissime alternative sul mercato? Come già detto, secondo le statistiche, principalmente per la sua reputazione. L’83,5% della popolazione infatti sceglie cosa fare in seguito ai consigli dati da persone reali e il 93,4% dei consumatori fa ricerche sul prodotto prima di fare una scelta o farsi comunque un’opinione a riguardo. Le persone sono influenzabili e suscettibili.

E cosa si sta facendo oggi realmente per governare questa immagine e per ricostruire una reputazione perduta.

Pensiamo alle scuole americane e il loro merchandising. Al senso di appartenenza che generano con le loro ritualità e tradizioni. E questo non vuole essere apologia degli Stati Uniti, anzi.

Quest’anno, grazie a Federmanager, ho avuto la possibilità di vedere due grandi realtà che stanno dominando il mondo, “Gli Stati Uniti” con le loro scuole, università e grandi aziende (Google, Apple, Microsoft) e la Cina, con la sua velocità e sviluppo, con i sistemi avanzati di insegnamento a distanza ed educazione, e le loro giganti aziende (Huawei) e sapete cosa ho visto? Che molti ruoli di potere, che molte grandi innovazioni, erano governate o portate li da Italiani, formatisi in scuole italiane e in università Italiane.

Non è un problema di contenuti, o di qualità della formazione. È una questione di percezione.

In che modo si può cambiare la percezione di ciò che facciamo. Riconoscendo finalmente la scuola come un Brand, che deve essere attrattivo, deve essere più trasparente e più chiaro, ma soprattutto deve riconquistare agli occhi di tutti quel senso di autorevolezza persa. Come?

È quello che vorrei provare ad analizzare con il mio intervento. Ci vediamo lì.

Davide Ippolito – CEO ZWAN

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